Sigla! – Fringe

E siamo arrivati alla fine. Dopo 5 anni di misteri, di casi risolti e irrisolti, di universi paralleli e alternativi, di sparizioni, risvegli, flashback e flashforward. Come tutti gli show firmati J.J Abrams, anche Fringe ha regalato alla comunità seriale argomenti di discussione degni da riempire pause pranzo e notti intere come non potrebbe mai fare nessna partita a Risiko, ha creato gli Osservatori che sono già entrati di diritto nell’universo delle creature che non vorresti incontrare mai nella vita a parimerito con il mostro con gli occhi sui palmi de “Il Labirinto del Fauno” e alimentato la nerditudine di ognuno di noi con la creazione del codice dei glifi e la classificazione delle puntate a partire – giustappunto, che mica chiamo le rubriche a caso – dalla sigla.

Cominciamo con la prima, caratterizzata da un colore freddo tendente all’azzurro: realizzata in computer grafica, la versione base mostra alcune cellule in animazione che vanno a ricomporre una mano con sei dita. Le scritte rappresentano argomenti appartenenti alla scienza di confine, come nanotecnologie, teletrasporto, materia oscura e intelligenza artificiale. Per i solutori più che abili è anche presente la frase «Observers are here», che, così come accade per i suddetti personaggi, è possibile individuare solo grazie al fermo immagine.

Potevamo farcela bastare? Ovviamente no, quindi ecco che, appena fatta conoscenza di Walternate e dei personaggi appartenenti all’universo parallelo, compare anche la variante alternativa della sigla: rossa, come i capelli dell’altra Olivia, apre gli episodi ambientati nell’universo parallelo. Qui gli argomenti indicati dalle scritte cambiano, sottolineando come lì la scienza di confine tratti argomenti ben differenti rispetto all’universo originale: wormhole, transumanesimo, speciazione. 

Un mix delle due? Ovvio che ce l’abbiamo. Compare solo in un episodio della terza stagione, dove Olivia interagisce con entrambi gli universi.

E per tutti quegli episodi ambientati nel passato? Ma perché non fare una versione ad hoc con la tecnologia degli anni ’80? Ecco quindi utilizzata una computer grafica molto più semplice, la radiografia di una mano umana, e un tema musicale che, anziché essere suonato al pianoforte, usa sintetizzatori e batteria elettronica, che in quegli anni andavano un casino. Le scritte che compaiono fanno riferimento ad argomenti che ormai appartengono alla scienza tradizionale, ma ai tempi, erano ancora considerati avanguardisti, come la clonazione o l’impronta genetica.

Un’altra eccezione è rappresentata dalla sigla nera: comparsa nell’episodio finale della terza stagione, anticipa un episodio ambientato nel 2026. Alcune scritte riportano “Water” e “Hope” fra gli argomenti di studio.

C’è poi la mitica sigla ambrata, fusione tra i colori rosso e azzurro, che apre tutta la quarta stagione in cui i due universi cooperano attraverso un ponte.

Per finire, l’ultimissima sigla, quella che ha aperto il penultimo episodio della quarta stagione e ci ha accompagnato per tutta la quinta fino al recentissimo epilogo: cupa, insidiosa, pesante. A differenza delle altre, mostra gli impulsi elettrici che contraddistinguono il funzionamento del cervello, area di gioco dei temibili Osservatori. A loro è dovuta l’oppressione dell’umanità qui raffigurata dal campo di concentramento. Le scritte lasciano da parte la scienza e si dedicano ad argomenti come libertà, individualismo, educazione, libertà di espressione, alcuni dei diritti fondamentali di cui l’umanità è priva nel futuro distopico rappresentato. Lo stesso logo Fringe diventa un muro di pietra: alto, imponente, impenetrabile.

Un totale di 7 varianti di sigla che stimolano la curiosità dei fan e creano dipendenza. Perché è anche per queste piccole perle che Fringe ci mancherà tantissimo.

J.J, you fucking genius.

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