The Newsroom

the-newsroom-posterNell’universo degli sceneggiatori televisivi ci sono nomi che tutti conoscono, nel bene e nel male. Se ti chiami Ryan Murphy sarai fonte di discussione, qualunque cosa tu faccia. Se il tuo nome è Shonda Rhymes avrai file di fan infuriate fuori casa che cercano solo il tuo scalpo. Come J.J. Abrams sarai nominato a sproposito tante di quelle volte da non farci quasi più caso. Così come Darren Star avrà sempre sulla coscienza il fallimento delle relazioni amorose della popolazione femminile nata negli anni ’80. Perché quello dei dipendenti seriali è un ambiente piccolo, per lo più abitato da nerd sociopatici con molto tempo a disposizione. Insomma, qui la gente mormora e uno ci mette poco a farsi una reputazione. Si creano le cosiddette “personalità”. Poi ci sono le vere e proprie stelle. E quella di Aaron Sorkin splende sorprendentemente incontrastata su tutti quanti. The-NewsroomGli intellettuali seriali si strappano le mutande pensando ad Aaron Sorkin. Forse non sarà Dio, ma di sicuro è il Dalai Lama. Perché Aaron Sorkin ha l’immunità diplomatica. In un mondo in cui l’unico modo di impedire che qualcuno ti punti il dito contro è amputarglielo. E lascia stare che stiamo parlando del tizio che ha scritto su un tovagliolo la sceneggiatura di Codice d’onore durante la pausa caffè. Lo stesso che anni dopo ha tirato fuori dal cilindro The Social Network e Moneyball, robe che fanno apparire Mark Zuckerberg come un povero stronzo e il baseball uno sport appassionante come non succedeva dai tempi di “se lo costruisci, lui tornerà”. Tutte queste sono frivolezze nel nostro mondo. Aaron Sorkin qui è il guru che è solo per un’unica, semplice ragione: ha creato The West Wing, la serie che qualunque sceneggiatore, nessuno escluso, vorrebbe aver scritto.Screen-Shot-2012-06-25-at-9.34.53-AMAaron Sorkin ha consegnato nelle mani dell’America la versione più idealizzata, ispirata e motivazionale del suo Presidente. Ha trasformato la Casa Bianca nella famiglia in cui ognuno di noi vorrebbe crescere. I corridoi dell’ala ovest sono diventati il luogo di lavoro per eccellenza, frequentati solo da persone preparate, passionali e dall’alto valore morale. Ha donato alla classe politica nuova forza vitale. C’è chi addirittura gli assegna il merito di aver preparato il terreno per l’elezione di Obama. Quanto difficile poteva essere quindi prevedere che all’uscita del suo nuovo lavoro metà della popolazione seriale potesse dare di matto? newsroom_1_main-620x349The Newsroom, infatti, porta il marchio di fabbrica Aaron Sorkin in ogni sua parte. La politica occupa anche qui una fetta importante, tanto da mettere seriamente in difficoltà chi come me non mastica quotidianamente di legislature ed economia. Anche qui un gruppo si muove seguendo i più alti valori di trasparenza, idealismo e incorruttibilità. Cambia la location, questa volta identificata nel dietro le quinte di una redazione giornalistica, ma si resta sempre fedeli a un unico e solo leader. La sedia del ei fu Presidente Bartlet viene ereditata dall’anchorman Will McAvoy (Jeff Daniels) volto di punta del programma di approfondimento “News Night”, in onda sulla fittizia rete via cavo ACN. Sarà questo passaggio di consegne a sancire la fine dell’era “Aaron Sorkin: patrimonio dell’umanità”. the-newsroom-4Nei primi cinque minuti del pilot, infatti, durante un incontro pubblico, McAvoy si ridesta e con un monologo spiazzante dichiara finalmente le sue opinioni affermando quanto l’America sbagli a considerarsi il Migliore Paese del Mondo. Apriti cielo! Così come il suo alter-ego Sorkin verrà d’ora in poi demonizzato nella vita reale, anche il nostro caro amico Will viene abbandonato dal grosso dei suoi collaboratori e mezzo silurato dalla rete. In lui continuano a credere il suo capo storico (Sam Waterson) e un pugno di giovani giornalisti. Gli viene affiancata una nuova produttrice (Emily Mortimer) nonché ex fidanzata con il quale ha ancora una vagonata di faccende in sospeso ed è fatta. Perché è qui che entra in campo il talento Sorkin. Che tanto tu lo sai che lui è specializzato proprio in quella cosa lì, nel saper ricreare luoghi di lavoro da sogno, intendo. E lo fa alla maniera di Sorkin, riversando anche qui a cascata tutti quegli elementi narrativo-strutturali che strappavano applausi in The West Wing: l’inevitabile walk and talk, la velocità dei dialoghi, l’ironia furba e minimale, lo snocciolamento di numeri e dati, le dinamiche cameratesche tra i sottoposti, l’inadeguatezza sentimentale, la professionalità esasperata, l’idealismo estremo, la battaglia elitaria contro il becerismo che contraddistingue il resto del mondo. newsroom105Insomma, The Newsroom avrebbe tutte le carte in regola per bissare il successo del tanto amato figliol prodigo, eppure resta almeno tre spanne sotto. Sarà per la partigianeria fin troppo evidente verso il partito democratico in tutti i dibattiti politici? Sarà per il costante bisogno di rappresentare i propri protagonisti come eroi incompresi che fanno sempre la cosa giusta? Sarà per l’eccessiva, quasi estenuante, retorica yankee che contraddistingue ogni azione e reazione? A tutto ciò ci aveva già abituato dieci anni fa The West Wing, ma ora i tempi sono cambiati. Non chiediamo la nostra ormai abituale visione cinica e spietata del mondo, ma concedeteci un minimo di realismo in più almeno! Già dobbiamo digerire chili e chili di patriottismo incondizionato e isterie femminili ingiustificate! 029566-the-newsroomEppure, nonostante il suo autore abbia ormai collezionato critiche quasi quanto prima raccoglieva peluches, non si può proprio dire che The Newsroom sia una serie mal fatta. È ritmata, maledettamente intelligente, illuminata. Il problema è solo uno: Aaron Sorkin ci ha abituato troppo bene. 121012_Quora_TheNewsroom.jpg.CROP.rectangle3-large

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