The Good Wife

Procedurali: c’è chi li apprezza e chi invece li trova noiosi e tutti uguali. Sì, lo so, tutti amano Ally McBeal, ma purtroppo Ally McBeal NON è un procedurale. O almeno, è decisamente atipico. In Ally McBeal tutte le cause sono riconducibili a due fattori: sesso o sentimento. La legge sulle molestie sessuali viene tirata fuori come scusa per i più improbabili casi, e la maggior parte delle volte sono gli imputati stessi ad essere improbabili: chi si crede Babbo Natale, chi gestisce il proprio ufficio come un alveare, chi ha degli strani e insopportabili tic e chi non accetta la propria condizione di nano. Senza parlare poi della stramberia che contraddistingue personaggi come Ally o Biscottino, tra visioni di bambini danzanti e sigle personali di Barry White. E poi quell’intera stagione con Robert Downey Jr…quante lacrime…

No, davvero, perché stiamo ancora parlando di Ally Mcbeal? I procedurali sono altri: Law & OrderDamages, Suits. E The Good Wife è in particolare uno di quei procedurali che ti fa capire quanto in America il mondo della legge e quello della politica siano strettamente legati.

La brava moglie del titolo è infatti Alicia Florrick (Julianna Margulies), che all’inizio del pilot troviamo bersagliata dai flash della stampa, al fianco del marito Peter (Chris Noth) dopo che questo è stato costretto ad abbandonare la sua posizione di procuratore di Chicago grazie a uno di quei begli scandali tutti sesso e corruzione. Dopo appena sei mesi, quella che per più di dieci anni ha accantonato la carriera per diventare moglie e madre devota si trova a dover rispolverare la vecchia laurea in legge e ricominciare dal basso in uno degli studi più competitivi della città, supportata dal vecchio amico di college Will Gardner (Josh Charles), non troppo segretamente infatuato di lei da sempre. Le cose però non si fanno semplici fin dall’inizio.

Innanzitutto Alicia deve vedersela con Cary Agos (Matt Czuchry), uno degli avvocati più giovani e agguerriti dello studio, deciso a tutto pur di non farsi soffiare il posto da una tardona raccomandata, ma anche con uno degli stessi associati di maggioranza, Diane Lockart (Christine Baransky), sospettosa oltre ogni dire sulle reali capacità di questa first lady mancata. Senza considerare la difficoltà di portare in giro un nome tanto pesante e chiacchierato, capace di richiudere porte con la stessa velocità con cui un tempo le apriva. Se poi tuo marito, invece di restarsene a casa a crescere figli finché non si calmano le acque, decide di affidarsi a un maestro della propaganda politica (Alan Cumming) e ributtarsi nella mischia, sai già che la privacy già tanto duramente compromessa potrà decisamente andare a farsi benedire. E poi si stupiscono se una comincia a ricambiare gli occhi dolci dell’ex compagno di corso…

Insomma, come avrai capito le vicende personali dei personaggi sono parte integrante della serie e se The Good Wife ha un punto di forza è proprio la caratterizzazione dei personaggi: forti, complessi, reali. Alicia è una donna tradita e furiosa, ma allo stesso tempo intimidita da un mondo da cui è stata fuori per troppo tempo. Non è la tipica eroina prima della classe che fa sempre tutto giusto. Si fa fregare, ma impara dai suoi errori. Colpita nell’intimo dal tradimento sessuale e morale del marito, decide di mettere sempre al primo posto etica e integrità, ma capisce presto che per sopravvivere in aula occorre anche sporcarsi le mani. Lo fa con classe, avvicinandosi ai suoi clienti più di chiunque altro, decisa a far trionfare la verità per quanto possibile, spietata e misericordiosa allo stesso tempo. Dalla sua parte, uno dei personaggi più misteriosi e interessanti dell’intera serie: Kalinda Sharma (Archie Panjabi), la detective privata dello studio che conduce le sue indagini con astuzia, ma anche parecchia ambiguità. Costantemente sul chivalà per colpa di un passato avvolto nella nebbia, è decisa a non farsi avvicinare da nessuno, ma si lascia stravolgere dall’amicizia di Alicia, finché la vediamo piano piano legare a più livelli con molti personaggi: Cary, Will, Eli.

Ognuno di questi ultimi dimostra a sua volta le proprie sfaccettature mano a mano che si va avanti con le puntate e con le stagioni. In The Good Wife nessuno è perfetto e nessuno è mai il male personificato, anche se ci sono dei personaggi che più di altri possono essere considerati i villain della situazione. Inutile dire che si tratta sempre di avvocati della parte avversa. Due in particolare sono quelli che riescono a trasformare la più combattiva delle cause in una continua lotta al rialzo, tra stratagemmi infimi, ribaltamenti dell’ultimo minuto e conclusioni a bocca aperta. Non per niente sono anche i protagonisti delle puntate più entusiasmanti della serie. Si tratta degli avvocati Patti e Cunning, ovvero una delirante Martha Plimpton, infingarda, doppiogiochista e talmente furba da usare la condizione di mamma in attesa a suo unico vantaggio con le scuse più becere (ma sempre così deliziosamente stronza da non farmi essere più così sicura su quale versione preferire rispetto a quella infantilmente povera in canna a cui mi ha abituato Raising Hope) e poi ovviamente il magnifico Michael J.Fox, più grande del suo stesso ritorno, subdolo, meschino e votato al soldo, una versione così diversa dai soliti personaggi giovanili da renderlo perfino preferibile nei panni dello specialista che protegge le più losche multinazionali dalle cause di gruppo.

Che poi è proprio questo il tasto dolente di ogni procedurale: le cause. Questa volta posso affermare che gli autori riescono a trovare anche qui sempre qualcosa di interessante. I casi della settimana sono infatti pieni, autonomamente avvincenti a volte, ravvivati dall’interno quando tendono più al soporifero. In The Good Wife ce n’è per ogni palato: dall’omicidio alla truffa finanziaria, dal caso militare a quello razziale, dalla negligenza medica a quella coniugale e poi ancora corruzione, annullamenti, estradizioni e indagini del Dipartimento del Tesoro. Per rendere tutto un po’ più movimento diciamo inoltre che gli avvocati della Lockart&Gardner non solo variano la loro posizione tra le sedie dell’accusa e della difesa, ma molto spesso finiscono anche tra gli stessi imputati. Ed è qui che ritorniamo al punto iniziale. È qui che i magheggi politici la fanno da padrone. Il leitmotiv che risuona dalla prima stagione fino alla terza è infatti che il nome Florrick è sempre sulla bocca di tutti, nella buona e nella cattiva sorte. Ma per quanto può continuare a fare la brava questa moglie?

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