The Walking Dead

Immagina di fracassare la testa di un signor qualcuno a bastonate. Di trapassargli la corteccia cerebrale con un oggetto appuntito. Sfondargli ripetutamente il cranio contro il muro fino a ricoprire la parete di sangue e pezzi di cervello. Immagina di prendere un masso e piantarglielo più volte in mezzo agli occhi, di colpirlo con un colpo secco di mannaia, di centrargli la fronte con un martello. Credimi, visto al momento giusto The Walking Dead sa essere maledettamente appagante. Che tu sia o meno amante del genere. Perché è ovvio che ciò che rende attraente questa serie è prima di tutto l’amore per lo splatter. Quello che non ti aspetti è che una serie horror vada oltre la faccenda del mondo popolato da zombie fino a diventare un perfetto prodotto di introspezione e denuncia sociale. Ma forse stiamo accelerando troppo.

Innanzitutto la storia, ripresa paro paro dall’omonima graphic novel scritta da Robert Kirkman: il protagonista è Rick Grames (Andrew Lincoln) poliziotto stile texas ranger che rimane gravemente ferito in una sparatoria e se ne va in coma. Al suo risveglio, trova un mondo devastato e abbandonato a se stesso, popolato da parecchi morti, ma ancora più non-morti. Zombie che bramano la carne umana quasi come una droga più che per un bisogno fisiologico, che vagano in giro per il mondo in una sorta di catalessi collettiva, senza un’apparente capacità di ragionamento, che si spostano in branco attirati da rumori e movimenti fuori dalla norma più che dalla bramosia di trovare cibo. Zombie per cui potresti anche provare pietà, sempre che non abbiano deciso di fare di te il loro spuntino.

Come prevedibile, abbiamo anche dei gruppetti umani di sopravvissuti che si nascondono e cercano di fuggire agli attacchi degli affamati. Tra questi si rifugiano anche Lori (Sarah Wayne Callies) e Carl (Chandler Riggs), moglie e figlio di Rick, nonché il suo ex collega e migliore amico Shane (Jon Bernthal) il quale ha pensato bene di darsi subito da fare per ripopolare il mondo approfittando del destino ormai segnato di un marito dato per disperso. Suddetto marito però col cazzo che si lascia prendere a mozziconi e, dopo aver affrontato i mangiacervelli dell’intera città di Atlanta e recuperato un altro esiguo numero di superstiti, tra tutti i gruppi a cui poteva unirsi, si ricongiunge proprio con la sua famiglia, lasciando il povero Shane depredato in una botta sola di sesso, ruolo paterno e leadership. È abbastanza perché uno provi un po’ di rancore? Se così non fosse ci sono sempre gli attacchi degli zombie che, quando meno te lo aspetti, sono pronti a scaldare un po’ gli animi e far uscire la parte più oscura di ogni essere umano. Perché quando è in gioco la sopravvivenza, si sa che le solite regole cominciano ad andare strette.

È così che The Walking Dead si prende molto tempo per indagare le dinamiche interne di un gruppo che non solo è costretto a guardarsi le spalle senza sosta, ma anche obbligato a scontrarsi continuamente con una morale che non c’è più, sempre più spesso chiamato a scegliere tra l’etica e la sopravvivenza. Ecco quindi che l’abbandono di una bambina dispersa diventa un’opzione possibile e l’abbattimento di una famiglia di zombie un’azione deprecabile, che la conquista di un territorio ospitale diventi imprescindibile quando si tratta della propria salvaguardia, ma si trasformi in una minaccia quando si tratta di quella altrui.

I mostri spaventosi di The Walking Dead non sono gli zombie: questi si possono sempre prendere a mazzate e abbattere facilmente lasciandosi andare alla propria furia animale. Quelli di cui bisogna davvero avere paura sono i mostri interiori, quelli subdoli e ciechi, che ti mangiano dentro senza che neanche te ne accorga. Mostri che hanno nomi diversi: gelosia, rabbia, egoismo, paura. La qualità del progetto è tutta qui: nella capacità di dipingere con sadica precisione la strenua lotta in difesa della propria umanità. Dall’olocausto zombiesco derivano così temi attualissimi, particolarmente azzeccati in questo periodo di crisi: The Walking Dead parla di eutanasia, di guerra, di rapporti di potere, di gestione delle risorse, di umana pietà e militare risolutezza. Ma soprattutto ti insegna la caducità della vita: la sua abnegazione totale al dramma la porta ad abbattere senza rancore, uno dopo l’altro, tutti i suoi eroi. (Se mai dovessi guardarla, davvero, non affezionarti MAI ai suoi personaggi. Nessun’altra serie ha un tasso di mortalità così elevato tra i propri protagonisti.)

E poi ovviamente ci sono gli zombie. Con tutto il loro repertorio di putrefazione, occhi bianchi, corpi a brandelli e carne sanguinolenta. Come fai a non amarli?

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