Sherlock

Il dubbio era uno solo: dopo averlo visto vestito delle alquanto feromoniche fattezze e della furba ironia di Robert Downey Jr, dopo aver riso per gli arguti battibecchi con il Watson interpretato da Jude Law, dopo essermi entusiasmata per la regia di Guy Ritchie e le sue maestrali scene d’azione al rallenty, cosa mai poteva esserci in questa ennesima versione di Sherlock Holmes seriale che potesse anche lontanamente appassionarmi?

Lo so che te lo stai chiedendo pure tu. Beh, dopo averlo avvicinato con tutto l’armamentario di pregiudizi di cui fossi in grado di caricarmi, posso assicurarti che questo Sherlock  garantito BBC1 è davvero una rivelazione. A cominciare dai suoi interpreti: Benedict Cumberbatch è uno Sherlock Holmes glaciale, permaloso, introverso, ma allo stesso tempo vanitoso e sarcastico. È un piccolo nerd annoiato dalla vita e per nulla interessato a stringere legami con il resto del mondo. I poliziotti di Scotland Yard lo definiscono strambo o sociopatico, non geniale. Candido e dispotico quanto un bambino, è capace di fare i capricci come una prima donna per poi entusiasmarsi danzante alla luce di un enigma capace di smuoverlo dall’accidia della normalità quotidiana. Questo Sherlock è talmente cinico e scorretto che il caro dr.House ti sembrerà una suorina.

D’altro canto il John Watson di Martin Freeman è ben diverso dal personaggio descritto da Conan Doyle. È più concreto che razionale, uno spettatore brillantemente attivo. Modesto ma curioso, buono ma anche opportunista. È affascinato dal cervello di Holmes, ma non lo idolatra, anzi. Lo segue per l’amore del pericolo, per quell’incontrollabile passione per l’adrenalina che non ha mai lasciato il soldato. L’ultima cosa che vuole è una vita tranquilla, per questo lascia naufragare ogni relazione che rischia di frapporsi tra lui e il mondo costantemente avventuroso offerto da Holmes.

Ma le differenze con il classico della letteratura inglese sono tutt’altro che finite. Steven Moffat e Mark Gatiss, gli ideatori, sceneggiatori, nonché produttori (e anche attori nel caso del secondo che interpreta il fratello di Sherlock, Mycroft) della serie hanno teletrasportato il personaggio e tutto il suo universo negli anni Duemila adattandolo alla modernità di una Londra sempre più veloce. Mentre quindi l’indirizzo canonico dell’investigatore rimane il famoso 221B di Baker Street e il suo acerrimo nemico il perfido quanto perverso Moriarty, il nuovo Sherlock Holmes è un uomo dei nostri giorni che usa quanto più possibile la tecnologia (a partire da smarthphone, internet e sistema GPS) per risolvere i crimini. Lo Sherlock di Moffat e Gatiss è un uomo Google che archivia, seleziona e usa tutte le informazioni in suo possesso, senza mai farle uscire dalla propria testa. Il suo metodo di deduzione è 2.0, costruito su una serie di concatenazioni logiche, meccaniche e tabellari che, seguendo l’esempio dei complicati algoritmi che animano i motori di ricerca, in pochi secondi estraggono l’unico risultato possibile.

Una modernità a tutto tondo che permea anche il registro di ogni singolo episodio: la fotografia degli esterni si fa fredda e desaturata, la narrazione avviene su piani sequenziali che si muovono a velocità diverse, districandosi tra immagini oniriche e prove attoriali. La stessa tecnologia invisibile muta in materia viva: i testi di SMS e mail diventano super che si integrano con il girato, le informazioni raccolte a colpo d’occhio da Sherlock si trasformano in fulminee caption che guidano lo spettatore nella velocità del ragionamento, le stesse riflessioni acquistano forma grazie al 3D e accompagnano le sequenze deduttive in una sorta di cloud interattiva che si anima davanti agli occhi del giovane investigatore permettendogli di fare chiarezza tra i propri pensieri.

E poi ci son i dialoghi: rapidi, arguti, eleganti, mai banali. Una scrittura agile e intelligente che cattura e sa divertire. E 90 minuti ti passano via come 20. Sì, perché ogni puntata dura 90 minuti. Purtroppo però ce ne sono solo tre a stagione. Che ti devo dire, agli inglesi piace farsi desiderare.

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3 thoughts on “Sherlock

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