Once Upon a Time

Fate attenzione diabetici, questa è una serie allo zucchero filato! Le premesse ci sono tutte: baci di vero amore, bambini coraggiosi, matrigne infelici e balli di corte compresi. Siamo a Storybrooke, una piccola cittadina del New England e… no, no aspetta. Facciamola come si deve. C’era una volta un regno incantato, popolato da tutte le creature e i personaggi delle fiabe che hai amato da bambino: Cenerentola, il Genio della lampada, Hansel e Gretel, Pinocchio, la Bella Addormentata, Cappuccetto Rosso e via dicendo. Con il loro bel corredo di fate turchine, troll e cortigiani vari, convivono riuniti sotto lo stesso cielo color buttiamo-tutte-le-variazioni-possibili-di-blu-e-rosso-sullo-stesso-green-screen.
Ovviamente, come ogni storia che si rispetti, in questa Storia Di Tutte Le Storie c’è anche una strega cattiva, interpretata per l’occasione dalla perfida matrigna di Biancaneve. Nel pilot la troviamo particolarmente incarognita perché, non solo il bel cacciatore che aveva tanto profumatamente pagato si è rivelato un cialtrone, ma anche tutti i soldi spesi per la mela avvelenata sono stati buttati, dato che il Principe Azzurro, appena vista una bella brunetta priva di sensi in mezzo al bosco, ha pensato bene di lanciarcisi a pesce e spezzare così il maleficio. Ora, che deve fare una donna tragicamente arrabbiata e sola oggigiorno per avere un po’ di attenzione nel suo quarto d’ora di dramma personale?

Dato che tornare a casa e spaccare tutto in certi casi non basta (considerato che la parte riflettente dell’arredamento costituisce anche il 95% delle sue chiacchierate giornaliere), la malefica regina decide di presentarsi alle nozze dei due piccioncini lanciando una maledizione sull’intero regno: alla nascita del primo pargolo dovranno tutti dire addio ai giorni felici e contenti che spettano di diritto ai personaggi buoni e rassegnarsi ad un’esistenza eterna esente dal tanto sospirato happy ending. In poche parole? Vengono tutti confinati nel mondo reale, in una cittadina isolata dal resto del mondo, dove il tempo non va avanti e nessuno ha coscienza della propria fatata identità.

Come i fratelli Grimm ci insegnano, però, ogni maledizione ha il suo antidoto. Nella fattispecie, l’unica speranza per gli abitanti di Storybrooke è proprio la figlia di Biancaneve, Emma (Jennifer Morrison), che, per sfuggire alla magia, viene nascosta ancora in fasce dentro un armadio fatato e teletrasportata via. Facciamola breve: gli anni passano, la bimba cresce cazzutella, fa un figlio, lo dà in adozione e quello si ripresenta alla sua porta dopo 10 anni raccontandole tutto sto popò di storia e chiedendole di essere riportato a casa, dalla sua matrigna Regina (Lana Parilla), che nel frattempo si è autonominata sindaco di Storybrooke per controllare macchiavellicamente le tristi vite dei suoi fessi concittadini. E qui comincia il bello perché, appena giunti in città, cominciamo a scoprire, una puntata via l’altra, il destino che la evil queen ha riservato a ogni personaggio, destinato a ripercorrere in modo alquanto parallelo, ma più sfortunato, la vita che ha lasciato nel mondo della favole: Biancaneve (Ginnifer Goodwin) è una candida maestra elementare, doppiamente separata da Prince Charming (Joshua Dallas), prima in coma, poi sposato senza amore ad un’altra donna; una sexy Cappuccetto Rosso gestisce la locanda Granny’s; il Grillo Parlante fa lo psicologo, Hansel e Gretel sono due ladruncoli senza genitori, Cenerella fa la sguattera e Rumpelstiltskin (un ripugnante Robert Carlyle) si è arricchito a furia di contratti senza scrupoli. Certo, tutto ha dell’incredibile, ma Emma, che fino a ieri spegneva le candeline del suo compleanno sola come un cane, finge di credere anche all’incredibile pur di restare in città e passare del tempo con il suo bimbetto ritrovato. Questo indispone ancora di più il perfido sindaco, l’unica che ha piena consapevolezza della maledizione.

Anche se necessita di un mega spiegone introduttivo, l’idea che sta dietro a Once Upon a Time è semplice. Ciò che la fa sembrare complicata è l’uso della doppia narrazione temporale che ha l’ambizioso progetto di portare avanti in parallelo le vicende dei due mondi per approfondire l’analisi dei personaggi. È divertente, infatti, vedere come gli autori li caratterizzino fortemente nel mondo reale attraverso quei simboli che li hanno reso tanto famosi in quello fiabesco: Cappuccetto Rosso è selvaggia e ribelle, la casa della Evil Queen è piena di specchi e mele, Biancaneve è circondata quotidianamente da persone basse (i suoi alunni). Ciò che a volte sembra però rallentare il tutto è la necessità di raccontare le singole storie disneyane attribuendo ad ognuna un senso all’interno di un unico scenario. In che modo possono convivere l’Arabia del Genio della Lampada con il bosco di Hansel e Gretel? Come è possibile legittimare gli accordi di Tremotino con l’esistenza della Fata Madrina? Per rispondere a queste domande gli autori si prendono spesso le loro meritate licenze poetiche, dando da una parte sfoggia di un eccellente estro creativo, ma determinando dall’altra una certa meccanicità negli eventi che a volte finisce per scadere nella faciloneria. A fronte di un bell’intreccio, possiamo perdonarli? È ancora presto per tirare le somme: la serie attualmente è alla sua midseason. E io confido nell’apparizione di Mago Merlino.

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