Mad Men

I Mad Men sono quelli che il nome se lo sono dati da soli, i favolosi pubblicitari degli albori, quelli che occupavano le prestigiose scrivanie agli ultimi piani dei grattacieli sulla Madison Avenue. Gli uomini che possedevano tutto: soldi, donne, carisma e intelligenza. Che avevano nelle proprie mani i sogni e i bisogni di un’intera nazione in un periodo dove un presidente come JFK veniva eletto solo perché più telegenico, la Lucky Strike poteva eludere la notizia che il fumo uccide affermando semplicemente di avere un tabacco più tostato degli altri e l’universo femminile si divideva in wannabe di Marylin Monroe e Jackie Kennedy. È a loro che Matthew Weiner ha dedicato una tra le serie più premiate degli ultimi tempi.

Mad Men narra infatti le vicende di un gruppo di creativi della Sterling-Cooper, famosa agenzia pubblicitaria di quegli anni, tra brief, gare, piani media, shooting, showreel, layout, storyboard, testimonials, copyad, body copy e quel che sta nel mezzo. Un progetto che già sulla carta aveva mandato in visibilio tutto quel pubblico di creativi e mancati tali che di questi paroloni ci si strafoga ogni giorno, che passa notti insonni cercando di tirare fuori dal cilindro il prossimo Grand Prix a Cannes e costruisce i propri eroi su personalità narcisistiche tendenti al dispotismo. Una serie per addetti ai lavori dunque? Forse all’inizio potrebbe sembrare, ma il successo colossale di Mad Men denota una potenza di fondo che non può limitarsi solo alla fetta ristretta dell’advertising. Vero è che quel mondo tanto contenuto viene preso come riferimento per raccontarne uno molto più grande: quello dell’America degli anni ’60, terra del benessere, dell’abbondanza e dei pregiudizi.

Un’America in cui le donne non sono altro che begli ornamenti con messa in piega sempre perfetta e abiti a tubino, gli uomini devono mettersi il cappello anche per portare fuori la spazzatura, la gente di colore è serenamente appellata come negra e il whisky fa la sua apparizione già alle prime ore del mattino. Un’America cinica e politicamente scorretta che incarta le proprie paure dentro immagini patinate e perfette senza rendersi conto di venirne lentamente ma inesorabilmente stritolata.

Simbolo di questo universo asservito all’apparenza è Don Draper (John Hamm), direttore creativo di impareggiabile talento, un uomo che si vuole devoto a moglie e figli ma che si rivela insensibile e libertino, che si crede onesto ma che sa mentire con la stessa facilità con cui respira. Vero self-made man dal passato tanto umile quanto misterioso, continua a salvaguardare l’immagine che si è costruito di se stesso, nella convinzione che essa possa a sua volta salvarlo, che possa legittimare e giustificare le azioni ignominiose che ha compiuto un tempo e quelle ben peggiori che non riesce a non compiere ogni giorno nel presente, riempiendo la propria vita di segreti, sotterfugi e doppie facce.  Al suo fianco, tutta una serie di personaggi ben caratterizzati che incarnano i contrastanti valori dell’epoca: il giovane account (Vincent Kartheiser) viscido e spietato, deciso a tutto pur di far carriera; la dotata stagista copy (Elizabeth Moss) pronta a rinunciare alle gioie della femminilità pur di trovare il proprio posto in un ambiente governato dagli uomini; l’inappagato ceo (John Slattery) che non vuole cedere il posto agli anni e cerca di riconquistare la propria linfa vitale circondandosi di amanti sempre più giovani; l’avvenente segretaria (Christina Hendricks) tanto desiderata quanto temuta, che ambisce al ruolo di consorte senza riuscire a liberarsi da quello di puttana; la splendida moglie trofeo (January Jones), bellissima e vuota come una bambolina di porcellana, che cerca disperatamente di non far trasparire la propria infelicità pur di mantenere uno status davanti ad amici e conoscenti. Uno zodiaco di personalità accattivanti, crudeli, frustrate, angosciate e indisponenti che turbano lo spettatore e lo sconvolgono con una parola, un’espressione, a volte solo uno sguardo. Che si fanno amare, compatire, odiare e addirittura detestare, con un’intensità disarmante.

Ma una serie che fa del culto dell’immagine il suo punto focale non può limitarsi ad una narrazione fedele e approssimativamente similare del gusto e dell’estetica di quegli anni. Tutto in Mad Man è perfezione: i vestiti, le pettinature, i colori, la fotografia. L’ossessione per l’apparenza diventa maniacale. Niente è lasciato al caso. La scenografia, fatta quasi interamente di interni e attenta ad ogni dettaglio, diventa claustrofobica, costringente. L’accuratezza storica è impressionante. Le radio della Sterling-Cooper riportano i discorsi di Nixon, la crisi dei missili di Cuba, l’eclissi solare del ’63, il cordoglio per la morte di Marilyn; le tv si riempiono dei fotogrammi di Bye Bye Birdie, dell’assassinio di Kennedy e dei giovani in partenza per il Vietnam. Una precisione e un’impeccabilità che ha procurato e continua a procurare agli attori e a tutta la troupe una pioggia di Emmy e che ha spedito direttamente la serie nel firmamento dei “cult” già dopo un solo anno di messa in onda.

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